C’era una volta… la Villa! Così i catanesi hanno sempre chiamato il più grande parco cittadino, opera del genio e del diletto del Principe Biscari.
Ad esso sono legate memorie e ricordi di tantissimi catanesi che tra i suoi viali hanno cominciato ad andare in bicicletta, rubato i primi baci, letto i giornali con la flemma del pensionato al tiepido sole dell’inverno siciliano.
Ricordi forse troppo poetici e melensi che però testimoniano il valore di luogo, riconoscibile e riconosciuto come memoria e simbolo, che la Villa, attraversata dalla vita cittadina, ha assunto.
Metter mano con un progetto di restauro e riqualificazione ad uno spazio così carico di significanze non è stata opera da poco, specie se consideriamo che il progetto, nella sua versione originaria, riuscì ad ottenere il massimo della valutazione prevista dal bando europeo. Ci riuscì, se la memoria non mi fà difetto, anche per il suo approccio schiettamente contemporaneo, contemperante il rispetto dei caratteri fondanti dello spazio con interventi innovativi che potevano aggiungere valori diversi a quelli naturalmente presenti. Operazione giusta, sbagliata? Dipende dalla sensibilità, dalla cultura, dallo spirito di ciascuno.
Tuttavia una campagna denigratoria preventiva, cui forse non era estraneo un sottile fine politico, ha portato l’amministrazione dell’epoca a fermare i motori del progetto per soddisfare le voglie di protagonismo di alcune organizzazioni verso una rimodulazione più tradizionalista delle scelte. Protagonismo per nulla di strano o sbagliato, essendo legittimo esprimere ciascuno le proprie opinioni, specie su questi temi. Sbagliata fù invece la decisione politica che, invece di difendere e sostenere, anche con i dovuti approfondimenti, il progetto ed i suoi caratteri, pusillanimemente, costrinse l’autore ad una operazione di tipo “…ma anche” di veltroniana memoria .
I risultati oggi possiamo, anche se parzialmente, vedere. Non c’è più l’unitarietà del giardino barocco con i suoi inserti successivamente susseguitisi nel tempo. Non vi sono segni, trame, gesti di una contemporaneità segno del tempo, del nostro tempo, che andava ad aggiungersi agli altri.
C’è un ibrido, non più unitariamente storico e non contemporaneo: vialetti in tecnologicissima terra stabilizzata, peraltro di un colore forse troppo chiaro e divisa in grandi lastroni come se fosse un cemento industriale, affiancati a luci di incerto design, si affiancano agli esemplari vegetali secolari, che fanno da sfondo, troppo ravvicinato, ad attrezzi da “percorso natura”. Fino a certificare con un apposito vialetto l’ignavia di tanti utilizzatori che, per anni, non hanno esitato a calpestare le aiuole sapientemente tracciate per raggiungere più velocemente i vespasiani. Forse non è una “patacca”, come ebbe a definirla Ivo Celeschi ma non è Catania del ‘700, non è Parigi o Berlino del 2000.
Dovremo, ma speriamo di essere smentiti, aggiungere fra qualche tempo la cronaca degli atti vandalici che hanno caratterizzato gli ultimi anni di vita del Giardino. Vandalismi volti ad esercitare una violenta appropriazione del luogo altrimenti sentito distante, gratuiti e facili grazie ad una sorveglianza che, prudentemente, si potrebbe definire approssimativa e che, si spera, almeno da oggi in poi possa utilizzare i tanti ritrovati tecnologici e, perché nò, anche un maggior senso civico e del dovere, per garantire alla Villa un, se non brillante, dignitoso aspetto.







