“Video kill the radio stars” recita il testo di una famosissima canzone cantata da Freddy Mercury dei Queen. Secondo Massimiliano Fuksas si potrebbe modificare in “People kill the archi-star”.
Infatti, in una recente intervista rilasciata a questo giornale, si scaglia contro questo termine, archistar, affermando che esso non significa niente, in quanto esistono solo buoni o cattivi architetti.
Mi sembra, senza essere irrispettoso verso il maestro, che l’affermazione sia almeno un po’ banale e poi non è vero che “archistar” significa niente.
Al contrario, questo termine esprime un concetto, un preciso modo di intendere o esercitare la professione, frutto del bisogno della società dell’immagine che viviamo di avere degli “eroi”, dei miti, delle icone mediatiche.
L’architettura è l’unica arte capace di coinvolgere almeno quattro dei cinque sensi dell’uomo, quindi non c’è da stupirsi se in essa avviene quello che avviene nello sport, - a momenti la vendita di Kakà, faceva perdere le elezioni al PdL- avviene nella musica -Marco Carta docet- avviene in Tv .
Molte di quelle che consideriamo archistar, in realtà sono diventate solo delle firme, delle icone appunto, il marchio di fabbrica di complesse, grandi ed articolate strutture che sfornano progetti dei quali molto spesso l’archistar conosce poco o nulla, al massimo avrà dato qualche indicazione verbale.
Diventare archistar può voler anche dire dimenticare che non si progetta e costruisce per erigere un monumento al proprio ego, ma per offrire un servizio, benessere fisico e psichico alle persone. Perché l’architetto, se è tale, crea una forma inscindibilmente legata al dare riposta ad una funzione ed un bisogno.
Si può diventare archistar anche sapendo veder bene la propria immagine o attraverso meccanismi pubblicitari trovando, nell’infinita varietà del mercato, il modo di piazzare un prodotto mediocre.
Non voglio qui citare esempi di queste tipologie di archistar ma il mondo mediatico ne conosce molte e poi, in fondo Fuksas ha ragione: Renzo Piano è forse il più grande architetto oggi vivente eppure l’immagine che da di sé, il suo modo di vestire, il suo modo di comunicare , non sono quelli del divo ma dell’artigiano. Osservare i suoi schizzi autografi è come vedere l’anima e l’essenza del progetto e della costruzione che sarà realizzata; i suoi edifici, finalizzati al soddisfacimento del bisogno ancestrale dell’uomo dell’utile e del bello, sono etici nella ricerca sempre innovativa della sostenibilità, eppure non lo vediamo ospite ai talk-show. Non è un’ archistar; sicuramente è un ottimo architetto!
Comunque la figura dell’archistar serve: simbolo da ostentare per fini politici, o perché non può esistere una città senza un’opera di Nouvel così come una Signora senza una borsa Vuitton. Serve per operazioni immobiliari di un certo rilievo economico dove si vuole dare anche il valore aggiunto della firma importante. E’ la legge del mercato e della comunicazione.
Serve anche all’architettura stessa perché attira interesse.
Dove forse non serve un’archistar è quando bisogna intervenire su tessuti delicati, per la struttura, per le condizioni sociali, come ad esempio nella ricostruzione dell’Abruzzo o in contesti similari.
Lì non c’è bisogno di “grandi gesti architettonici “ ma di equilibrio tra territorio e contemporaneità.
Ed una fabbrica, un’industria che produce progetti questo non lo può fare, anche se ha a capo un’archistar.







