Com’è difficile tollerare valori diversi

Qualche giorno fa la stampa nazionale ha riportato la notizia  che l’edificio dell’Ara Pacis sul lungotevere  di Roma, opera del maestro statunitense Richard Meier, è stata imbrattato con vernice e  svilito con la collocazione di un water.  Potremmo ascrivere questo gesto semplicemente ai “normali” fenomeni di vandalismo urbano, se non fosse che quest’opera, sin dalla sua costruzione, è stata oggetto di una lunga campagna di denigrazione da parte di una certa cultura.

Ora, prescindendo dal valore architettonico dell’edificio- dato sicuramente opinabile- quello che qui interessa è ragionare sulla capacità della società italiana di assorbire e metabolizzare fenomeni di innovazione culturale, la sua capacità di tolleranza rispetto ai nuovi elementi, dirompenti, che in essa  tentano di radicarsi.

E’, lo è sempre stato, per la nostra società, difficile accettare l’innovazione, cercare di comprenderne le ragioni e tollerarne  la diversità rispetto a quanto radicato.

Lo è stato, per esempio, per Padre Pio, rivoluzionario nel suo essere frate e santo in un’epoca dominata dal conformismo religioso, che durante la sua vita fù sottoposto da parte della nomenclatura religiosa  dell’epoca  a molte angherie, poi riscattate alla morte fino alla proclamazione di santità.  Lo è stato, lo è attualmente, con Berlusconi, troppo diverso dalla politica paludata e formalista sviluppatasi in sessant’anni di Repubblica vetero-democristiana; lo è stato con il professor Di Bella troppo diverso, nel suo essere medico, dalla medicina ufficiale che non gli ha mai perdonato il suo approccio alla cura del cancro.

Lo è stato, paradossalmente, anche con Papa Wojtila che, troppo grande per esser lui direttamente delegittimato in vita, questo attacco ha subito, per interposta persona, alla sua morte.

In sostanza una parte della società italiana non è disposta, non dico a condividere, ma semplicemente ad accettare che esistano valori diversi da quelli che, per consuetudine o tradizione, ritengono tali.

Dato per accertato che personaggi e situazioni prima descritti hanno ricevuto con il tempo la legittimazione generale, non può stupire quindi che questa forma di intolleranza per il nuovo, per il diverso, per l’inconsueto, colpisca l’architettura, alle varie scale dei importanza.

Ricordo ai lettori di questa rubrica l’ostracismo, ufficiale e popolano, di cui è fatto oggetto il Monumento ai Caduti che si trova sul lungomare della città catanese. Anch’esso, come l’edificio di Meier, è stato il germe di un nuovo modo di fare architettura all’interno di un tessuto statico o legato ad una cultura passatista.

Ricordo  che nei centri storici, tranne pochi casi governati da menti illuminate, è difficile innestare germi di cultura ed architettura contemporanea, contaminazione e convivenza tra passato da rispettare e nuovo cui aspirare. Chè è un modo per negare proprio la natura e l’essenza della Sicilia, il cui paesaggio, la storia, l’architettura, sono frutto proprio della sovrapposizione di culture, di contaminazione tra stili, di un adattarsi tra cose e mondi diversi fusi per la creazione di un nuovo modus originale.

Vizio non solo siciliano tant’è che, parlando di ricostruzione de L’Aquila, ancora si pensa al “dov’era com’era”.

La consolazione stà nel fatto che, alla fine, l’evoluzione è ineludibile e quindi, come i fatti e le persone prima descritte dimostrano, prima o dopo sarà accettata.

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