Il neo-realismo cinematografico, e non solo, ci ha fatto vedere la realtà dei siciliani costretti all’emigrazione da una povertà assoluta. Povera gente, senza nulla se non una valigia di cartone, che s’imbarcava sui piroscafi per Ellis Island in cerca di una speranza, o diretta verso le miniere di carbone del Belgio, per guadagnare pochi spiccioli mettendo a repentaglio la propria vita. Le cose oggi per fortuna sono cambiate, siamo noi terra d’immigrazione tuttavia, ancora oggi, molti nostri giovani sono costretti o vogliono allontanarsi dalla propria casa in cerca, se non di pochi euro, di esperienza, conoscenza, dignità del fare.
Un’emigrazione positiva, certo anch’essa necessitante di grande coraggio e spirito d’iniziativa: con qualche sorpresa. Non tutti sanno che (non pochi) giovani, giovanissimi architetti siciliani, con un pizzico di iniziativa e forti di una solida preparazione, lavorano negli studi di grandi star dell’architettura mondiale, riuscendo ad occupare posizioni di rilievo nell’organizzazione professionale. Alcuni di loro ci hanno raccontato la loro esperienza umana e lavorativa giusto una settimana fa, dalla quale si possono trarre interessanti considerazioni.
Per esempio che la loro emigrazione è stata certamente personalmente positiva ma, in prospettiva, di più potrebbe esserlo se riuscissero a trasferire il bagaglio acquisito a livello più generale. E’ un mondo diverso infatti quello dell’architettura internazionale rispetto a quello italiano. Non perché gli architetti del resto d’Europa siano più bravi di quelli italiani, anzi. E’ solo che l’architettura, nel resto d’Europa e del mondo, è considerata giustamente una delle discipline più importanti per la vita dell’uomo e per l’ambiente; gli architetti vengono considerati maitre à penser da consultare, ascoltare, coccolare, come noi siamo abituati a fare con i campioni della pedata o qualche cantantuzzo dalla bella faccia.
Ecco, i nostri giovani che quì, come i più anziani, hanno difficoltà ad esprimere il proprio sapere creativo e vengono considerati come produttori di disegni a comando, (d’altronde gli italiani siamo tutti provetti allenatori della Nazionale e, all’occasione, anche architetti) appena prendono contatto con un modo diverso di concepire le costruzioni e l’ambiente, diventano subito protagonisti capaci di affrontare temi importanti: rispettati diventano, secondo il racconto di uno di loro, il Signor Architetto e non un architetto.
Rispetto che in Italia, in Sicilia in particolare, abbiamo dimenticato, singoli committenti e classe politica in testa, da cinquanta e più anni.
Abbiamo anche capito (ma lo sapevamo già) che nel mondo esiste una grande competizione tra le città, basata sul loro continuo rinnovarsi, sulla capacità di offrire servizi ed opportunità sempre migliori, crisi o non crisi, avendo capito i Paesi Europei che questa competizione attraverso l’architettura contemporanea è capace di attrarre capitali, investimenti e benessere, tanto più significativi quanto maggiore è l’attenzione per l’ambiente.
Abbiamo verificato poi tutto ciò attraverso una parallela mostra sul lavoro di giovani progettisti portoghesi, verificando che i progetti realizzati da questi nella reale vita professionale non sono diversi, per qualità ed approfondimento, da quelli fatti nell’ambito della ricerca universitaria.
Una passeggiata per le nostre città ci dice chiaramente che purtroppo abbiamo, come società, molta strada da ri-fare.







