Progettare le città? Tornare a disegnare

L’urbanistica post-bellica della ricostruzione italiana ci ha portato negli anni a due concetti di città: quella storica - bene imbalsamato, ciclicamente sfruttato o abbandonato - dove poco o nulla si è potuto fare e quel poco, fatto molto spesso  malamente; quella nuova, fino a poco tempo fà in espansione perenne, dei quartieri “residenziali”, quasi sempre solo dormitori più o meno di lusso, destinati a diventare, a volte  man mano che il nuovo si è espanso, periferie interne alla città stessa.

E se la città storica, grazie ai suoi grandi valori rappresentati dalle tipologie consolidate, dal tessuto stratificato, dalla memoria collettiva spesso millenaria, è stata capace di metabolizzare più di uno scempio, ciò non è accaduto alla città “nuova” che normalmente non è stata capace di costruire alcun valore urbano per controbilanciare il consumo, meglio lo sperpero, di territorio.

Abbiamo l’occasione di cambiare registro: le difficoltà economiche globali che il nostro tempo ci fà vivere, la crisi di natalità che le società del mondo occidentale subiscono, il mercato che deve assorbire una quantità spropositata di edilizia speculativa, ci pongono davanti ad una nuova prospettiva.

Quella finalmente di pensare, di ri-progettare la città recente, attraverso  il disegno, che non è esercizio grafico  ma valutazione, studio delle relazioni tra le cose, le case, gli uomini.

Progettare la città per tutto questo tempo è stato, lo è ancora,  fare Piani Regolatori, quasi sempre affascinanti poster colorati, che hanno fatto la fortuna di alcuni impoverendo altri, ma che poco o punto hanno avuto a che fare con il “disegno”, l’organizzazione della città quale organismo di vita , crescita e opportunità.

Ripensare il disegno della città recente significa avvicinarsi ad essa con amore, tanto più grande quanto essa sia degradata, tirando fuori dalle sue difficoltà e complessità, dalle sue tante, troppe, banalità, una nuova vita ed una nuova identità.

Abbiamo per questo un potente alleato che è l’intelligenza e la capacità di tanti architetti, il numero più alto d’Europa. La grande maggioranza di questi è capace di reinventare l’immagine e la sostanza di un edificio o di un quartiere, trasformando un brutto anatroccolo in un fiero cigno. Si chiama riparazione architettonica e prevede che questo processo avvenga con il consenso, anzi l’aiuto, degli abitanti che hanno il diritto di essere messi nella condizione che ciò avvenga.

Prospettiva che passa anche, quando necessario,  attraverso il coraggio della sostituzione. In fondo quando un componente di un meccanismo si rivela inadatto alla sua funzione lo si sostituisce. Allo stesso modo dobbiamo avere il coraggio di sostituire i componenti inefficienti  della città, siano essi singoli edifici o interi quartieri, con altri che siano testimonianza del nostro tempo, che traducano i problemi della sicurezza, dell’energia, della solidarietà, in espressione fisico-spaziale.

Per questo guardo con favore, ed anche con un pò di timore,  a quella rottamazione edilizia che il Governo sembra voler prefigurare. Perchè può costituire un’occasione unica, se ben gestita, certo per la ripresa economica, ma più che altro per la riconquista di Valori perduti: il Valore dell’accuratezza del disegno e costruttiva, il Valore dell’ambiente e del paesaggio, il Valore della sperimentazione e dell’innovazione. Forse sono solo romanticismi... ma ancora non è proibito sognare.

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