Quando si parla di disegno della città è naturale immaginare che ci si riferisca agli strumenti del PRG, che ho già definito, in molti casi, affascinanti e costosi poster colorati. Ciò che non vuole essere una definizione denigratoria ma, semplicemente, la constatazione di un dato reale.
Voglio dire che spesso, complice una normativa troppo attenta all’urbanistica dei numeri invece che a quella degli uomini, questi strumenti di pianificazione e governo del territorio, si risolvono in una serie di regole più o meno numeriche penalizzanti per alcuni, premianti per altri, che ingabbiano la forma e lo sviluppo dei territori urbani secondo dati astratti, però capaci di limitare anche l’adattamento del territorio alle sue mutevoli esigenze.
L’attuale forma di pianificazione urbanistica non contiene infatti tra i suoi principii l’obbligo di prefigurare, attraverso le sue regole, il percorso di trasformazione del territorio secondo un’idea informatrice, una strategia, gli obbiettivi da raggiungere in tempi certi.
Manca, in sostanza, l’obbligo di prefigurare quella che possiamo chiamare “l’idea della città”.
Idea della città che, partendo dalla sua conoscenza che è fisica, ma anche economica, storica, ambientale, culturale e sociale, possa immaginare, attraverso un percorso di condivisione con le forze e le istanze che la città costituiscono, dove la città stessa debba andare e quali siano gli obbiettivi e le singole cose da inserire e raggiungere.
Ma, se le norme questo non prevedono come obbligatorio, ciò dovrebbe essere comunque il compito di una classe dirigente avvertita, che è fatta dalla politica, dalle intelligenze professionali, dai soggetti economici e culturali.
Dove questo accade la città si sviluppa, è capace di modificare se stessa, è più facilmente capace di attrarre risorse e generare maggior benessere. Percorso questo che non è in contrasto con le attuali regole di pianificazione, anche quando il famoso PRG sia stato esitato recentemente e quindi, almeno dal punto di vista dell’esperienza comune, possa considerarsi “nuovo”.
Per esempio la città di Roma, a poco tempo dall’approvazione di un nuovo PRG, ha istituito la “Commissione per il Futuro di Roma Capitale”, presieduta da Antonio Marzano, che ha come compito quello di immaginare un piano strategico per la Città. La prima parte di questo lavoro è stata recentemente presentata e prevede 14 obbiettivi con 139 decisioni, basate appunto sul quel percorso di conoscenza e condivisione cui ho già accennato. La Commissione ha lavorato per scoprire quale potrà o dovrebbe essere il futuro di Roma entro i prossimi 15 o 20 anni e questa sua idea confronterà con la Società attraverso la convocazione di una sorta di “Stati generali” coinvolgendo nella discussione anche la Provincia, la Regione, le forze di opposizione, oltre che le intelligenze disponibili sul territorio. Una scelta obbligata se consideriamo Roma quale fulcro di un’importante area metropolitana oltre che, incidentalmente, Capitale d’Italia.
Incidentalmente perchè per le altre città metropolitane, al di là della scala, i problemi non sono molto dissimili, almeno sul piano metodologico.
Catania, anch’essa città metropolitana, stando almeno agli ultimi eventi e le aperture della Politica, pare possa avviarsi verso un percorso simile.
Dobbiamo solo augurarci che, finalmente dopo molte disillusioni (l’esperienza dei workshop Censis e Agenda 21 per esempio), sia un percorso reale.







