L’edilizia? L’attività dei facili guadagni

Il sisma abruzzese ha portato alla ribalta, ancora una volta e come sempre a seguito di un evento disastroso, il tema della sicurezza delle costruzioni. Come se fosse un tema nuovo e solo di recente fossero stati individuati sistemi e tecnologie per rendere sicure le nostre costruzioni. Senza fare facili dietrologie  è già successo, molti anni fà con il sima del Friuli, dopo il quale si svilupparono le tecnologie delle cordolature, delle ingabbiature con reti elettrosaldate e delle perforazioni armate.

Poi con quello che colpì l’Umbria, ed Assisi in particolare, dopo il quale, per esempio, vennero messe in luce le potenzialità dei materiali in fibra di carbonio, i cosiddetti compositi, molto utili negli interventi di miglioramento antisismico. In fondo è quello che avviene dopo le guerre: le tecnologie sviluppate ed implementate a fini militari trovano poi un’utilità nella vita civile.

Anche questo sisma non è da meno: è la volta  degli isolatori sismici, è la volta delle strutture in acciaio o legno. Per la verità queste tecnologie e modalità costruttive non costituiscono delle novità: sono infatti da anni utilizzate in Paesi che, come il nostro, convivono quotidianamente con il terremoto, uno per tutti il Giappone.

Ed allora bisogna chiedersi perchè, malgrado le conoscenze tecniche esistano da tempo, solo adesso se ne parla in maniera diffusa e , forse, solo adesso si comincerà ad usarle.

Non voglio fare delle semplificazioni ma, tra i tanti motivi che possiamo ipotizzare, vi è anche quello della struttura delle classi professionali ed imprenditoriali di questo Paese. Da sempre l’edilizia, come sistema economico, è stata l’attività dei facili guadagni,  del cratere capace di assorbire grandi quantità di manod’opera poco specializzata da pagare il meno possibile, capace di utilizzare tecnici i più bravi possibile a districarsi nei meandri della burocrazia, poco importando la loro capacità tecnica e serietà deontologica.  Se vi è stata un’oggettiva difficoltà da parte del “progettista medio” italiano a recepire le nuove norme ed applicare le più recenti conoscenze antisismiche,  bisogna anche dire che troppo si è concentrata l’attenzione al minimo sindacale del “calcolo  strutturale” non considerando che la progettazione antisismica interessa  anche, se non soprattutto, la forma del fabbricato e la sua qualità globale, che riguarda anche una corretta manutenzione; forse perchè in Italia i terremoti sono paradossalmente troppo rari e prevale un certo fatalismo che non ha fatto  sentire il terremoto come una reale minaccia.

Vi è anche la convinzione che l’utilizzo di tecnologie di alto livello tecnico sia affare troppo costoso.  Emblematicamente, l’uso degli isolatori, una sorta di cuscino flessibile che si interpone tra il suolo ed il fabbricato, consente invece di alleggerire le dimensioni ed il costo degli elementi strutturali sovrastanti e garantisce efficaci livelli di resistenza.

Come pure l’uso di strutture in acciaio, capaci di assorbire grandi deformazioni senza collassare, che  però necessitano di una progettazione di alta specializzazione e di una attività costruttiva dove l’approssimazione e l’improvvisazione  non possono trovare spazio.

Certo questo contrasta con il sistema, tutto italiano, dei massimi ribassi da spuntare nelle attività professionali ed in quelle costruttive.

Se il sisma abruzzese servirà a cambiare questo stato di cose, non sarà stato un sacrificio ed un disastro inutile.

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