Dopo questo terremoto, dopo tutti i terremoti, resta sempre un problema: la ricostruzione .
Un problema tragico ed ad un tempo, se possibile, affascinante. E’, per molti, un problema di quantità e di rapidità. Allo stesso tempo, per una vera classe dirigente e per i knowledge-workers, è sopratutto questione di qualità da sposare all’evoluzione delle conoscenze tecniche e delle dinamiche sociali.
Si tratta sempre infatti, ora come in passato, di ricostruire interi paesi o brani di città. Che sono fatti di muri, di cemento, di strade, ma anche di relazioni, di sensazioni. E quì si aprono due distinti scenari, quello del dov’era com’era e quello dei nuovi organismi urbani, ambedue forieri di opportunità e problemi.
Su tutti può positivamente agire il metodo dell’ascolto: ascolto delle legittime istanze di cittadini, violentati nei loro sentimenti e nei loro averi che desidererebbero, com’è naturale, ricostituire il loro ambiente vitale; ascolto e osservazione anche delle esigenze, delle nuove opportunità, i colti direbbero delle suscettività, che provengono dall’ambiente e dal territorio. Citava Franco Purini l’esperienza del Belice, non solo negativa se si pensa che il terremoto ha comportato in quei luoghi, oltre ai danni ed ai lutti immensi, anche una profonda riconversione dell’economia territoriale che è passata da quella povera del grano, chiusa in se stessa, a quella del vino, aperta al mondo e più evoluta.
Il tessuto urbanistico-edilizio dei centri storici può, deve, essere ricostituito. Ciò però non vuol dire necessariamente e solamente ricostruire delle case finto-antiche. Lo si può ricostituire anche con architettura, si badi bene non semplice edilizia, contemporanea, rispettosa perciò stesso delle tessiture spaziali, delle tipologie, anche dei materiali tipici, che non necessariamente abbisognano di un appiattimento su modelli del passato. Anzi, il loro uso secondo logiche contemporanee può dare nuovi ed interessanti risultati, capaci di dialogare con le preesistenze storicizzate, addirittura arricchendole. Pazienza se questo dovesse comportare costi un pò più alti; saranno sempre inferiori al depauperamento di una ricchezza ambientale che il mondo intero ci invidia e che è essa stessa economia.
Anche le nuove ineliminabili urbanizzazioni, le new-towns per dirla alla Berlusconi, possono rappresentare un’occasione. Quale migliore opportunità potrebbe avere il sistema Italia, dovendo ricostruirsi un’intera area regionale, per sperimentare, organizzare, costruire nuovi modelli abitativi, più attenti alle dinamiche territoriali, alle valenze paesaggistiche, alla sostenibilità energetico-ambientale: che non vuol dire immaginare quartieri spaziali o costruzioni da Blade Runner, ma certamente può portare ad un modello abitativo che superi il concetto obsoleto del palazzo in condominio o delle villette a schiera, inutilmente pretenziose, così come le conosciamo. Quale migliore occasione per ridare centralità a quell’architettura italiana che per anni è stata, oggi dimenticata, il faro del mondo.
Di tutto questo avranno responsabilità certamente progettisti e costruttori, ma forse sopratutto la Politica, speriamo capace di rettitudine, efficienza ed un pizzico di fantasia, abbandonando finalmente quel sistema inutilmente, spudoratamente vincolistico a priori, che nulla poi controlla e, in fondo, nulla tutela se non la produzione di atti, bolli e documenti invece di segni e disegni, che da troppi anni ci attanaglia.







