E L’Aquila si posò sul Belice e l’Irpinia

A commento dei tragici fatti che hanno colpito la terra d’Abruzzo avrei potuto quì  ricopiare alcuni  articoli e riflessioni che  negli anni scorsi ho, purtroppo, avuto modo di scrivere sulle pagine di questa testata.  E’ quasi diventato un rito, prima il disastro, poi lo stupore disperato e le gare di solidarietà, poi i programmi di ricostruzione e, inevitabilmente, i soliti soloni e censori, sempre pronti a invocare inasprimenti, cercare singoli colpevoli,  rivendicare la necessità di leggi più severe. Che ci sono state.

Salvo poi a poco fare per instillare nelle menti della gente, nei comportamenti dell’amministrazione pubblica, nei disposti legislativi e regolamentari, una vera cultura della prevenzione e dell’attenzione per il territorio.  L’Aquila è implosa, come prima il Belice, l’Irpinia, il Friuli, si (ri)scopre che gran parte del patrimonio edilizio della Bell’Italia, a parte quello storico, è debole, a volte malcostruito, sovravincolato in fase autorizzativa ma lasciato a qualche arbitrio o improvvisazione in fase esecutiva, dove le figure tecniche, qualche volta conniventi, sempre sono dotate di poteri  molto formali e poco concreti, salvo poi ad additarle, nella migliore delle ipotesi, come impreparate.

Ebbene non è così! Perchè nella complessa filiera che governa i processi edilizi ed il governo del territorio, ben altri attori godono di maggiori poteri contrattuali e decisionali.

Per prime proprio le normative. Troppo spesso queste sono puramente teoriche e poco flessibili rispetto all’innovazione scientifica che cresce in continuazione. Abbiamo visto il pianto di una signora abruzzese davanti alla sua casa ristrutturata rispettando i dettami imposti dalla Legge e tuttavia crollata proprio a causa di quel cordolo in cemento armato imposto per  solidificare (?) la costruzione. Sappiamo che solo da poco tempo le norme consentono l’uso di materiali innovativi, fibre aramidiche, carbonio, placcaggi, meno invasivi e più efficienti proprio sulle strutture in muratura. Sappiamo non esistere leggi che  impongono il controllo periodico delle costruzioni, il loro costante monitoraggio, specie di quelle dell’edilizia post-bellica, mentre architetti ed ingegneri, per anni, hanno richiesto l’istituzione di quel “fascicolo del fabbricato” che addirittura organi costituzionali hanno bocciato. Sappiamo che gli amministratori dei condomini  non si occupano, o non ne hanno la possibilità, di controllare le infiltrazioni d’umidità nelle fondazioni dei fabbricati che corrodono cemento ed armature coma una sorta di cancro invisibile e silente fino al disastro. Quante volte chi scrive, ma anche tanti altri, hanno gridato che le progettazioni, le direzioni lavori, devono esser fatte da tecnici preparati e specializzati per questi compiti, mentre fino ad adesso, in Italia, anche un semplice diplomato in materie che poco c’entrano con le discipline costruttive può  a volte progettare edifici.

Quante volte, con il pretesto della conservazione dei centri storici, si è impedito di sostituire edifici senza alcun valore storico-artistico, con altri più performanti.

Ci sarà il “Piano casa” berluconiano. Speriamo che almeno adesso, di fronte all’ultima tragedia ed ai nuovi ulteriori, troppi, lutti, sia concreto e possa avviare quel piano di rottamazione dell’edilizia di bassa qualità che un grande studioso come Aldo Loris Rossi stima in quarantamilioni di vani!

In fondo, scusate l’ovvietà, prevenire è meglio che curare.

 

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