Quando un Prg nasce già vecchio

Avevo dieci anni quando Catania  si dotò del Piano Regolatore Generale, i Platters erano già all’apice del loro successo ed i Beatles iniziavano a rivoluzionare il modo di vivere  e pensare dei giovani del tempo, la beat generation;  è passato un quindicennio da quando si parla della revisione di questo strumento  senza che ancora si veda la fine di questo lungo percorso. Sostanzialmente il governo dell’urbanistica e dell’edilizia  in città  è  organizzato  secondo le logiche del tempo di  Happy Days, naturalmente  a meno delle copiose innovazioni normative e regolamentari nel frattempo intervenute.  C’è quindi da chiedersi secondo quale logica si pensi di discutere del Piano, di questo Piano, quando una parte delle sue scelte sono già state rese obsolete da varianti attuative di opere pubbliche, quando l’Amministrazione si appresta ad operare altre scelte di valorizzazione di aree e dismissione di edifici per recuperare risorse, quando il Governo si appresta a varare le norme del piano casa, alcune problematiche altre interessanti e perfino auspicabili, quando, sopratutto, si è preso coscienza almeno a livello regionale che è urgente affrontare il tema del patrimonio edilizio secondo logiche di contenimento dei consumi energetici, che hanno come corollario un modo completamente diverso di progettare e realizzare edifici e spazi urbani ed è opportuno, quando non necessario, immaginare  processi di corpose sostituzioni di interi brani di città, almeno nelle sue parti più deboli. Certo si può farlo, probabilmente impiegando tant’altro tempo per arrivare, forse, ad un piano nato vecchio, come successo a Brad Pitt nell’ultimo suo film.

E tuttavia la città non può più aspettare i riti della politica e dei suoi interessi, non può più essere governata nel suo sviluppo urbano, nel suo rinnovo, da riti bizantini appannaggio di arzigogoli legali che nei fatti hanno da tempo estromesso la cultura architettonica ed i suoi attori; soprattutto  ha bisogno di  strumenti snelli, semplici, organizzati che, nell’attesa di un nuovo, culturalmente, concettualmente, urbanisticamente, strumento pianificatorio, le consentano di vivere .

Per far questo certo occorre comunque la volontà degli amministratori, della politica, certo c’è forse bisogno dei tecnici e perfino degli avvocati, ma più di tutto c’è bisogno che ci ricordiamo di essere cittadini, perchennò quelli di “evviva S.Agata”, riscoprendo il senso di appartenenza ad una comunità ed a valori condivisi che in passato, oramai molto lontano, ci sono appartenuti.

La comunità tecnica ha dato uno spunto in questa direzione, ipotizzando una rapida riscrittura del Regolamento edilizio, riscrittura che organizzi in chiave propositiva ed innovativa almeno le regole puntuali, sapendo che la crisi, quella contingente e quella endemica che da decenni sopportiamo, si può contrastare con l’innovazione, con la ricerca di nuovi modelli, con la possibilità del fare senza danneggiare.

Un’ipotesi che renderebbe meno drammatica l’attesa di una nuova strategia di sviluppo, anzi della strategia per la nuova città che non pare particolarmente presente nella Revisione di cui si vorrebbe discutere. Già, perchè non basta stabilire norme perequative o  aree risorsa per garantire un nuovo modello di sviluppo  e la rinascita della Città, che prima è culturale, poi fisica. Anche per evitare che un nuovo “Report”, per fini bassamente di parte, abbia argomenti per insolentire un’intera collettività.

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