Sapevamo che il Governo si accingeva ad eliminare una gran mole di leggi oramai superate; abbiamo considerato quest’azione come meritoria. Tuttavia quando si tagliano oltre trentamila leggi in pochi mesi è quasi naturale immaginare che si possano verificare errori e disguidi.
E’, speriamo, il caso della Legge 879 del 1938 che prescrive l’obbligatorietà di iscrizione ad un albo per esercitare una professione, che il cosiddetto decreto taglia-leggi, appunto elimina.
Ne conseguirebbe che, salvo casi particolari, per esercitare la professione di ingegnere, architetto, ma anche di commercialista, geometra ed altre, non sarebbe più necessario essere iscritto ad un albo. Cosa che potrebbe sembrare di poco conto se non si pensa che l’iscrizione ad un albo comporta una maggiore responsabilità del professionista nei confronti della clientela e dà all’utenza, e quindi al mercato, la possibilità di verificare che quel signore che ci vuol costruire casa o ci compila la dichiarazione dei redditi, possiede i requisiti di preparazione per poterlo fare con una certa sicurezza o, almeno, ne assume una responsabilità che è morale e materiale. Sarebbe, se venisse questa norma confermata, una surrettizia riforma (? meglio svuotamento) delle professioni, fatta senza una discussione parlamentare, saltando a piè pari anni di dibattito, le legittime aspettative dei professionisti e gli interessi reali della società, evitando anche il confronto con quella proposta di Legge ad iniziativa popolare che le organizzazioni dei professionisti, con oltre centoventimila firme, hanno consegnato al Parlamento nella scorsa legislatura.
Diceva qualcuno che un tratto di penna del legislatore fà diventare intere biblioteche poco più che carta straccia. Qui invece rischia di diventare carta straccia, senza contropartite, un intero sistema di riferimento e di garanzie per il consumatore, cancellando, con l’obbligo dell’iscrizione, anche qualsiasi aspetto o remora etica nell’esercizio di delicate funzioni.
Senza contare i problemi pratici che ciò comporterebbe.
E’ infatti facilissimo prevedere che l’abolizione dell’obbligo di iscrizione farebbe crescere enormemente le sacche di evasione fiscale a causa del rifugiarsi nel sommerso di intere fasce di professionisti marginali, una riduzione del gettito fiscale a causa della concorrenza sleale che professionisti sotterranei potrebbero quasi impunemente esercitare; comporterebbe un molto probabile incremento delle cause civili ed un dissesto delle Casse di previdenza perchè i professionisti che si cancellassero non avrebbero più alcun obbligo contributivo nei confronti di queste, anzi potrebbero richiedere la restituzione , rivalutata , delle somme versate.
Dicevamo tutto questo per un probabile errore...a meno che...!
A meno che ciò non nasconda altre mire, e cioè quello di ridurre lo spazio vitale per il libero pensiero, l’aumento del potere coercitivo di lobbies industriali ed imprenditoriali che potrebbero disporre di manod’opera intellettuale priva anche di vincoli etici oltre che di quella piccola tutela di dignità rappresentata dalle tariffe minime, che già secondo il Codice Civile erano tutt’altro che inderogabili.
A pensar male si fà peccato ma spesso ci si azzecca . Sarà un caso, ma a Milano si preparano grandi abbuffate edilizie per l’Expò 2015: non è che qualcuno vuol realizzare grandi opere con qualche firma di facciata e tanti peones della matita a mille o poco più euro al mese?







