DE CONSILIO CERTAMINUS - (sul concorso di progettazione)

Avventurarsi a ragionare sul tema concorso è come camminare sulle uova tanti sono i problemi, i contrasti, gli esiti discutibili con i quali, anche recentemente, ci si è confrontati. Un tema per nulla nuovo, la storia dell’architettura ne riferisce da lungo tempo; basta guardare a Firenze e alla costruzione della cupola del Duomo ad opera di Filippo Brunelleschi. Era il 1418 quando l’Opera del Duomo, a fronte degli ampliamenti dell’originario impianto di Arnolfo di Cambio susseguitisi dal 1300 in poi e viste le difficoltà tecniche per completare la grandiosa opera, si risolse per una competizione tra gli artisti del tempo; all’epoca parteciparono in diciassette ma solo due, il Brunelleschi e il Ghiberti, interessarono la committenza per l’arditezza e l’innovazione delle soluzioni proposte. Vinse, alla fine, il Brunelleschi con la suggestione, ancora insuperata nelle dimensioni, della cupola autoportante ed il famoso stratagemma dell’uovo; anche allora polemiche e dibattiti che ancora oggi impegnano gli storici. Solo che, al tempo, se c’era l’Opera del Duomo, formalmente il committente, c’era anche un certo Cosimo de Medici che coraggiosamente contribuì a far scegliere la soluzione più ardita e innovativa. Ed ebbe ragione, tant’è che Firenze ancora ne gode. Oggi il tema #concorso è questione prevalentemente burocratica, metodo per la #democratica attribuzione degli incarichi di progettazione anche al fine, si dice, di perseguire la qualità dell’opera attraverso il confronto grazie al giudizio di una commissione di #esperti; i quali giudicano sulla base di un bando che non hanno contribuito a redigere e che quindi interpretano su mandato di un committente che, con discutibile logica, si deresponsabilizza rispetto alla scelta; per ragioni di legalità e trasparenza, si dice! Di più, capita che il committente, che ha fatto scrivere il bando e nominato i #giudici, a risultato conclamato annulla il tutto e ritorna sui suoi passi (vedi Palazzo dei Diamanti a Ferrara); oppure l’esito può risultare scontato (per i nomi dei vincitori) o dar risultati che sollevano proteste e grandi polemiche nell’opinione pubblica e tra gli stessi progettisti, come per l’Expo di Dubai. Bisogna riconoscere che il fenomeno è molto evidente in Italia, forse perché lo strumento è difficile da maneggiare, forse perché i tanti, troppi, scandali che accompagnano la gestione delle opere pubbliche dagli anni ’80 in poi ci hanno assuefatti ad un clima di sfiducia. Diceva Churchill che la democrazia è una pessima forma di governo eccezion fatta per tutte le altre che sin quì si sono sperimentate. Sarebbe facile adattare la celebre frase al sistema concorso se non fosse per alcune considerazioni. Quella economica innanzi tutto: in un concorso molti lavorano a proprie spese, uno o pochissimi otterranno un risultato economico. In termini di risorse significa produrre dieci, cento oggetti, sceglierne uno e buttar via tutti gli altri senza pagarne i costi; il fine della qualità ne è la giustificazione ma non so se è giusto far lavorare le persone e non compensarne il lavoro comunque utile perché assicura il confronto; anche perché un simile trattamento, riferito al perseguimento di un interesse generale, è riservato solo alla categoria dei progettisti. E poi, le risorse da investire in quest’attività devono pur provenire da qualche parte e da dove se non dal lavoro normalmente retribuito? che però nel nostro Paese, in questo particolare settore, non è che abbondi e sia così ben pagato come in altre parti del mondo... Ci sarebbe anche altro ma, in tutto questo, i progettisti italiani -gli architetti- si sono fatti parte diligente per suggerire un metodo dandone anche gli strumenti operativi: il concorso a due fasi, la prima aperta a tutti e la piattaforma di gestione telematica, che ha il vantaggio della celerità e dell’economicità. Non è la soluzione perfetta ma nei non troppi casi in cui esso è stato utilizzato ha prodotto qualche risultato apprezzabile anche se, talvolta, la solita burocrazia è stata capace di sterilizzarne gli effetti. Sarà solo perché manca una Legge per l’Architettura?

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