L’esercizio del diritto di proprietà privata può ledere il diritto generale ad una città bella

Su queste pagine abbiamo spesso sostenuto il concetto che l’architettura di qualità è un diritto ed una necessità. E’ forse il momento di riflettere se esistono le condizioni perché questo diritto possa essere esercitato e la necessità soddisfatta.

Quello che diffusamente percepiamo nelle nostre città ci autorizza a pensare che no, le condizioni, non esistono ed ancora non si intravedono. Certo, esistono alcuni episodi puntuali di edifici di qualità; questi possono avere anche la funzione di risvegliare e stimolare qualche coscienza o meglio evidenziare l’inadeguatezza di quanto stà intorno, ma la percezione di una città a misura d’uomo è fatta anche della sommatoria organizzata dei singoli episodi edilizi e della qualità diffusa che li dovrebbe accompagnare. Il problema è che, nell’attuale sistema dei diritti e dei doveri, gli edifici hanno il dovere di rispettare norme geometriche e dimensionali ma hanno poca tutela del loro diritto alla bellezza ed all’innovazione. Non l’hanno perché, almeno nella pratica corrente, anche il più serio e dotato dei progettisti può incappare nel cliente,  nell’imprenditore che spesso non ha alcuna remora a sacrificare in fase di realizzazione l’etica e l’estetica del progetto, sulla base delle proprie spicciole convenienze e convinzioni, in nome del diritto di proprietà che forse, se non limitato, dovrebbe almeno essere reindirizzato e riequilibrato.

Dobbiamo infatti considerare che le architetture o le costruzioni sono, in sé, antidemocratiche: una volta realizzate esse si imporranno alla vista, non potremo cioè scegliere di non percepirle. Incideranno quindi sulle percezioni sensoriali e sulla qualità della vita di tutti coloro che si trovassero nelle loro vicinanze e quindi sull’intera parte della città o del paesaggio ove insistono.

Ed allora è forse legittimo il dubbio, fondato sul principio che il diritto di ciascuno finisce dove comincia il diritto dell’altro, che l’esercizio del diritto di proprietà e di costruzione, nei modi in cui fino ad adesso è inteso ed esercitato, possa in qualche e più di un caso ledere il diritto generale ad una città bella e ad un ambiente armonico, che appartiene a tutti.

Intendiamoci, non penso a soluzioni dirigiste, vincolistiche o, peggio ancora, riconducibili al pensiero unico. Non si tratta di limitare diritti e libertà, ma di operare una loro migliore e più efficace  ripartizione, garantendo ai soggetti realizzatori il raggiungimento dei loro obbiettivi senza per questo appropriarsi di ciò che non gli appartiene: la bellezza della città e del paesaggio.

Al contrario penso che possa essere sondato un sistema alternativo  che riporti in primo piano il progetto e la sua qualità, aumentando sia le responsabilità sia la capacità contrattuale dei progettisti e dei direttori dei lavori che, oggi, poco o nulla possono opporre a varianti e stravolgimenti di carattere estetico ed etico a volte perpetrate dai realizzatori.

Il tema è difficile e delicato. Uno scambio di impressioni ed opinioni anche con gli altri soggetti e con esperti di Diritto potrebbe essere interessante, anche per migliorare la sensibilità collettiva a questo tema che riguarda non solo noi ma anche le prossime generazioni, cui lasceremo in eredità quello che oggi realizziamo.

 

Giuseppe Scannella

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